Con M-Il Mostro di
Dusseldorf nel 1931 Fritz Lang aveva bagnato il suo esordio con il sonoro
con un capolavoro. Era chiaro, a Lang probabilmente più che a molti altri, che
l’avvento della traccia audio nel cinema costituiva una sorta di nuovo inizio
per la settima arte. E’ forse per
questo che il geniale autore riprende un protagonista da un suo precedente film
muto, il Dottor Mabuse, a suo tempo al centro di un lungometraggio diviso in
due parti. Con la nuova tecnica del sonoro sarà infatti possibile trattare in
modo diverso gli spunti che il formidabile personaggio offriva; anche perché se
Il Dottor Mabuse nel 1922 aveva dato
un efficace quadro dell’epoca della decadenza tedesca sotto la Repubblica Weimar,
la figura del diabolico dottore aveva sorprendentemente anticipato quella di
Hitler. Lang, nel ritornare su questi aspetti, opera come sempre in modo
duplice: da una parte rende più esplicito il parallelo con il nazismo, mettendo
direttamente in bocca ai fantasmi di Mabuse gli slogan del regime, mentre
accentua la verve narrativa in quello che diventa un vero e proprio thriller con più di uno spunto da puro horror. Ma, nonostante l’incalzante
racconto sia particolarmente coinvolgente sul piano della storia fantastica, la metafora sul regime
nazista rimane perfettamente leggibile tanto che Goebbels, al tempo, convocò
Lang per lamentarsene e comunicargli che il film era stato sequestrato,
ufficialmente perché al Ministero della Propaganda non avevano gradito il
finale. Ma era chiaro che i passaggi sotto esame erano altri. Come quello in
cui la trance dialettica assale il dottor Baum (Oskar Beregi) mentre discute
con il commissario Lohmann (Otto Wernicke), al cospetto della salma di Mabuse
(sempre Rudolf Klein-Rogge), un momento davvero impressionante.

E quando, più
tardi, lo stesso Baum approccia a quello che simbolicamente si può intendere
essere
il testamento del Dottor Mabuse,
Lang sciorina una sequenza d’alta scuola di tecnica cinematografica attaccando
contemporaneamente il regime nazista in modo esplicito. Il fantasma di Mabuse
si materializza davanti al dottor Baum in una visione da incubo, gli occhi
enormi, le pupille sottili, il cranio scoperchiato a lasciar vedere il
formidabile cervello del folle scienziato: è qui che il criminale si impossessa
del professore e la scena è resa in modo chiaro e affascinante grazie all’uso
di immagini in semitrasparenza sovraimpresse. Il magistrale montaggio alimenta
la suspense, alternando la figura di Baum seduto alla sua scrivania con
angoscianti primi piani su teschi, spaventose statue e maschere tribali,
terrificanti dipinti: decine di occhi fissano l’ignaro dottore. Il tutto mentre
sembra di ascoltare le parole di un comizio del
Furher sebbene Lang, che come detto aveva già compreso le sfaccettate
proprietà del sonoro, opti, in questo passaggio, per la voce sussurrata di
Mabuse che risulta perfino più inquietante di eventuali strali
alla Hitler. In questo frangente, per
alimentare la tensione, è notevole l’uso del sonoro che, per altro, ha numerosi
momenti di grande riuscita nell’arco del lungometraggio.
Lang, maestro del
cinema muto, non ebbe alcuna difficoltà con l’approccio alla traccia audio, e
ne dà ulteriore prova con l’inizio de
Il
testamento del Dottor Mabuse nella quale il regista parte
a cannone. La prima sequenza è
magistrale in ogni senso ma quasi sembra scherzare sull’utilizzo del suono,
sebbene sia anche questo di notevole efficacia. Perché se il rumore ritmico e
assordante delle macchine provoca una situazione in cui i due gangster e
Hofmeister (Karl Meixner) si comportano come in un film muto, la traccia audio
risulta particolarmente evocativa e, unita alla sagacia tecnica del montaggio,
produce un incipit fantastico. E’ però evidente che Lang voglia ritardare
l’ingresso dei dialoghi, visto che questi latitano anche nelle successive
scene, quando Hofmeister è riuscito ad arrivare in strada; un’attesa quasi a
creare una suspense metalinguistica per un aspetto tecnico del lungometraggio
che lo spettatore evidentemente si aspettava arrivasse quanto prima, essendo la
novità del tempo. Ulteriore conferma arriva dal fatto che il primo suono
prodotto da labbra umane è il fischiettare (che sembra richiamare
M, il Mostro di Dusseldorf), poi il
cantare una melodia, entrambi opera del commissario Lohman (e la figura di
Wenicke nel ruolo dello stesso funzionario di polizia ci conferma il rimando al
film sull’assassino delle bambine).
Quindi quello che si ode fino a quel
momento è sempre musica, come nelle proiezioni dei film muti, e non parole: e
questa sorta di suspense metalinguistica aumenta. Ed infine, il primo dialogo
del film tra il suddetto commissario e il suo assistente Muller (Klasu Pohl),
verte proprio sulla musica in questione: ironicamente, le prime parole dei
protagonisti del film sono infatti riferite alla
Cavalcata delle Valchirie di Wagner. Ovvero alla musica citata, quasi a ribadirne il controllo del regista, ora che la traccia audio
è fisicamente legata alle immagini, sottolineando l’appartenenza al cinema
sonoro del film. Questa attenzione metalinguistica di Lang non è affatto
gratuita, in particolar modo in un film fortemente politicizzato come
Il testamento del Dottor Mabuse; il
regista, pur se non lesina l’opportunità di criticare il regime, non scorda che
il suo lavoro è principalmente raccontare attraverso i film e, entusiasta di
avere ora uno strumento in più, la traccia audio, sembra quasi voler condividere
questa sensazione con il suo pubblico. Manco a dirlo, trattandosi di un film di Fritz Lang, risulta
particolarmente efficace il tema del doppio che, in questo caso, si sviluppa
anche in una direzione particolarmente audace: se il racconto concretizza che
il testamento spirituale del malefico Mabuse finisca per corrompere il dottor
Baum, è evidente che Hitler e il nazismo ne siano i depositari nella realtà del
tempo.

E, cosa curiosa ma significativa, pare che quello che ufficialmente desse particolarmente fastidio era la pazzia finale di Mabuse; Goebbels chiese piuttosto
di chiudere il film con un sacrificio, quasi una sorta di martirio per mano di
una folla inferocita. Tuttavia Lang preserverà l’opera nella versione intonsa,
ovvero quella originale tedesca, a cui
se ne affiancherà in seguito una francese, con rifacimenti di intere scene con
attori diversi. La prima è un vero capolavoro: la precisione formale di Lang
nel comporre le scene è estrema, il ritmo incalzante, il quadro d’insieme è
illuminante e allarmante. Il film uscì nella primavera del 1933 proprio mentre
Hitler assumeva il potere in Germania: il tempismo così finemente sincronizzato
è probabilmente una mera coincidenza. Perchél’avvento di Mabuse/Hitler, il genio di Lang, sempre in grande anticipo sui tempi, l’aveva previsto 11 anni prima con il film del 1922.
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