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mercoledì 19 ottobre 2022

DAHMER - MOSTRO: LA STORIA DI JEFFREY DAHMER

1137_DAHMER - MOSTRO: LA STORIA DI JEFFREY DAHMER (Dahmer - Monster: The Jeffrey Dahmer Story). Stati Uniti 2022; di Ryan Murphy e Ian Brennan.

Il clamoroso successo e le successive polemiche rendono necessaria una piccola riflessione prima di parlare dell’eccellente serie Netflix Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer nella quale si fa una minuziosa ricostruzione delle gesta del famigerato cannibale di Milwaukee. Per rispetto alle vittime del mostro diamo precedenza alle polemiche in modo che chi si trovi d’accordo con questi reclami possa interrompere subito la lettura. Perché se è inopportuno un film su un criminale che finisca poco o tanto per coinvolgere chi ha sofferto per i suoi crimini, allora lo è anche una recensione che analizza il testo in questione. I parenti delle vittime di Jeffrey Dahmer si sono scagliati contro la serie Netflix, rea di aver riportato a galla il loro dolore per scopi meramente economici: difficile avere obiezioni in tal senso. La questione è concreta e coinvolge un po’ tutte le opere che trattano temi contemporanei, in quanto chiunque potrebbe avere qualcosa di cui lamentarsi in questo senso. Ma, in termini teorici, questo dovrebbe valere per qualsiasi opera, anche quelle che raccontano di tragedie del passato. Come si può parlare dell’Olocausto senza il rischio di evocare ricordi spiacevoli nei discendenti delle vittime tra gli israeliani di oggi? E del colonialismo? E delle tragedie dei nativi americani e australiani? E’ il cinema western ad aver sterminato gli indiani americani o, piuttosto, anche attraverso la sua evoluzione abbiamo potuto comprendere la tragedia occorsa ad alcuni di questi popoli? Per questo può essere interessante guardare Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer perché, come altre opere simili, ci mostra alcuni lati oscuri della nostra società, in questo caso addirittura di quella (quasi) contemporanea. Naturalmente non si vuole entrare nelle specifiche polemiche dell’opera in questione, sul fatto, ad esempio, che i parenti delle vittime non siano stati contattati o che eventualmente non si sia avuta una loro liberatoria: il punto di vista dello spettatore è del tutto estraneo alle questioni legali e deve soffermarsi solo sugli aspetti etici e morali. Che, come detto, ci spingono piuttosto a guardarci allo specchio anche se l’immagine che vedremo non sarà delle più piacevoli.

Torniamo quindi al primo punto preliminare ovvero al grande successo ottenuto dalla serie che, se in parte ha provocato le polemiche di cui sopra, dall’altra ci deve far riflettere di suo. Perché siamo così affascinati da storie tanto raccapriccianti? Perché alcuni ragazzi arrivano a confondere Jeffrey Dahmer, un assassino terribilmente reale, con Freddy Krueger o Jason Voorhees, pittoreschi cattivi immaginari dei film horror? E’ quindi un’operazione troppo rischiosa rappresentare sullo schermo un criminale finendo per dagli lo status di personaggio romanzato, uno di quei villains che, come emerge anche da un dialogo del film, sono quelli sempre più affascinanti nelle storie? Insomma, non se ne esce. Se è piaciuto Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer qualche dubbio deve venire, se non lo fanno venire le proteste dei parenti, o quelle forse meno pertinenti della comunità LGBTQ, è la natura stessa del gradimento a porlo. Cosa attira nelle gesta efferate del mostro di Milwaukee? La risposta è sfuggente ma antica quanto il mondo: il fascino del Male. In effetti uno degli aspetti che viene indagato dalla serie è la ricerca delle motivazioni che hanno spinto Jeffrey (interpretato da uno strepitoso Evan Peters) sulla sua terribile strada. Nel finale il criminale lo chiede esplicitamente al cappellano Adams (Chris Greene) non trovando una risposta nella propria coscienza. Suo padre Lionel (l’eccezionale Richard Jenkins) prima incolpa la madre di Jeffrey, Joyce (Penelope Ann Miller) per le troppe pillole prese in gravidanza, poi cerca una risposta interrogando sé stesso nel libro A Father’s Story

La serie Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer riesce a dare una risposta interessante e stimolante, specificatamente nell’episodio Silenced, dove è protagonista Tony Hughes (Rodney Burford), una delle vittime del cannibale. In effetti viene da pensare che nel suo tentativo di essere una ricostruzione precisa e dettagliata dei fatti, la serie sia eccessivamente dispersiva nei suoi dieci episodi, quando poi i passaggi decisivi non sono poi così tanti. Può essere, anche se Ian Brennan e Ryan Murphy, i due autori al netto dei vari registi, conosco il mestiere e il racconto filmico non perde mai colpi e l’idea di scomporre cronologicamente il narrato si rivela anche stavolta vincente. Inoltre è evidente che, seppure le quasi nove ore di filmato non siano certo poche, gli argomenti per intavolare al meglio l’analisi non erano scarsi né superflui. Innanzitutto la questione razziale, con Dahmer che dimostra la sua scientifica lucidità nello scegliere le vittime dalle comunità delle minoranze, prevalentemente tra quella afroamericana, consapevole che l’interesse della polizia nelle indagini sarebbe stato relativo. L’arrivo sulla scena del Reverendo Jesse Jackson (Nigel Gibbs) chiarisce che il tema è prettamente politico: non sono equivoci, malintesi o sfortunati episodi casuali ed estemporanei quelli che vedono protagonista Glenda Cleveland (Niecy Nash) e i poliziotti di Milwaukee e il primo ad esserne consapevole è proprio Dahmer. 

La donna di colore, sua vicina di casa, chiama più volte le forze dell’ordine, lamentandosi delle stranezze che provengono dall’appartamento di Jeffrey ma rimane inascoltata; in questo senso il colmo lo si raggiunge nel caso dell’omicidio di Konerak Sinthasomphone (Kieran Tamondong). Due poliziotti trovano Dahmer e il quattordicenne di origine laotiana appena fuori casa, quest’ultimo in evidente stato confusionale; sul posto sono presenti Glenda e la figlia che fanno notare agli agenti la giovanissima età del ragazzino. Da parte sua Jeffrey minimizza, affermando che il suo fidanzato è diciannovenne, nonostante la cosa appaia ben poco credibile, e semplicemente un po’ brillo. I poliziotti, trovandosi di fronte ad un caso con minoranze razziali e persone omosessuali, se ne lavano le mani, preferendo non indagare oltre sul comportamento dell’unico bianco sulla scena, nonostante avessero più di una ragione per dar credito alle parole di Glenda. Queste premesse al tredicesimo delitto di Dhamer riassumono i principali elementi della serie di omicidi: le vittime appartengono a minoranze etniche, sono omossessuali e vivono nelle periferie poco raccomandabili: insomma, la polizia, quand’anche avesse avuto la possibilità di intervenire, ha preferito non immischiarsi. 

Per questo motivo appaiono fuori fuoco alcune polemiche che si sono scatenate intorno al film, visto che la presa di posizione della prospettiva del racconto è resa evidente ed esplicita dal passaggio in montaggio alternato tra la spoglia e misera premiazione a Cittadina di Milwaukee dell’anno conferito a Glenda e la serata di gala con tanto di onorificenza al merito destinata ai due poliziotti citati, reintegrati nei ranghi in pompa magna dopo l’inevitabile sospensione visto il gravissimo pasticcio combinato. Può sembrare un commento banale e anche eticamente magari discutibile, ma in un’altra società un serial killer come Jeffrey Dhamer non sarebbe arrivato a 17 vittime. Contabilità macabra? Può essere, intanto il cannibale di Milwaukee ha potuto agire quasi indisturbato nonostante le tante possibilità occorse alle forze dell’ordine e persino alla magistratura per mettere fine, o almeno un argine, al suo scempio. Se non fosse che un nero – presumibilmente gay, oltretutto – che viene ammazzato in più è cosa di poco conto; peccato che quando si arriva a 17 allora la cosa infastidisce anche i più benpensanti. 

In questo senso anche la portata monstre del racconto filmico può essere legittima: meglio chiarire la dimensione della cosa, visto che Dahmer non è stato un serial killer che uccide cinque vittime prese a caso e quindi impossibile da fermare. Come accennato il tema dell’omosessualità si innesta su quello delle minoranze etniche, aggravando la situazione in un contesto che dimostra la palese anima razzista dell’America. E’ chiaro che non tutti i cittadini degli Stati Uniti siano razzisti ma che lo siano troppi individui che compongono le forze dell’ordine o le istituzioni è davvero un brutto segnale. Tutto questo c’è in Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer che oltretutto è ambientato prevalentemente nell’America frutto del doppio mandato reaganiano, sebbene leggendo la cronaca viene spontaneo da chiedersi se sia oggi cambiato qualcosa. 

Da un punto di vista formale il film è realizzato in modo eccellente e per capirlo basterebbe il trailer, sorretto dalla splendida Please don’t go (1979, KC and The Sunshine Band), a creare un disturbante contrasto tra la melodia della canzone e la tragedia che si andrà consumando nella scena presa a campione del film. Del resto la traccia sonora è strepitosa, non solo le musiche di Nick Cave and Warren Ellis, ma anche i rumori, i suoni, a partire dalla primissima scena vissuta nell’appartamento di Glenda in cui arrivano terrificanti sinistri rumori dal condotto dell’aria condizionata. Ma si è detto che il punto nevralgico de Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer è praticamente un unico episodio, quello che vede protagonista Tony Hughes. Tony è nero, gay e sordomuto: la sua condizione quindi rafforza ulteriormente quella descritta e comune alle altre vittime di Dahmen. Ma non è in quest’enfatizzazione della discriminazione subita di una delle vittime che si eleva questo passaggio, semmai nella risposta che Tony gli offre. Il ragazzo si rivela in grado di sovvertire tutte le avversità, dimostrando una tempra, una forza d’animo e una positività fuori dal comune. In grado anche di sedurre, ma sedurre davvero, perfino un mostro come Jeffrey Dahmer. Il killer, infatti, ne rimane conquistato e per un po’ sembra davvero poter cambiare. Quando poi gli ritorna l’impulso omicida rinuncia, almeno in un primo momento, all’idea di drogare Tony per poi ucciderlo. Solo per un momento, è vero ma, almeno secondo la ricostruzione, Dahmer sembra davvero essere stato vicino alla salvezza, in quei frangenti. Ma cosa l’ha fatto cedere nuovamente? Può essere un banale contrattempo – Tony che dimentica le chiavi – a mandare tutto a monte? Naturalmente no, troppo effimera la conversione di Dahmer, eppure è l’unica traccia che abbiamo. La chiave è in un dialogo quando l’assassino chiede se non sia troppo faticoso scrivere sempre tutto quanto Tony voglia dire. 

La risposta del giovane è semplice e illuminante: è faticoso ma l’alternativa è rimanere solo. Jeffrey sembra per la prima volta aver trovato qualcuno che gli parli di qualcosa che conosce, qualcosa che capisca. Dovrà fare fatica, nel suo caso per sopprimere i suoi istinti omicidi, per non rimanere solo. E per un po’ ci riesce. Il suo appartamento, il suo aspetto, il suo umore, un po’ tutto quanto, rivelano come la sua vita a quel punto sembri incanalata per il verso giusto. Per una volta, quando il padre lo vede e si complimenta con lui nel trovarlo in buono stato di forma, la cosa sembra avere un senso oltre all’idea superficiale che aveva in genere. Poi, una sera, Jeffrey cederà, non prima di aver fatto un tentativo di resistere. 

La carne è debole, verrebbe da dire ma, considerando meglio la cosa, ci si rende conto di quanto sia un po’ fuori bersaglio questo modo di dire. La carne è pigra, piuttosto. E purtroppo il rischio principale connesso alla pigrizia è che si lascia campo libero Male. Infatti, tutti noi, che in qualche misura siamo pigri, ci troviamo a fronteggiare il Male ed è forse per questo che queste storie ci affascinano, perché parlano di qualcosa che conosciamo benissimo. Magari non negli eccessi di Dahmer, magari no, ma non si sa mai. Però se facciamo uno sforzo ed evitiamo di lasciarci andare al nostro peggio quello sforzo segnerà la vera differenza con Jeffrey. Ma appena ci si lascia andare, appena ci si dice stanchi o deboli, ecco che si è di nuovo vulnerabili. Al Male non servono ragioni o motivazioni particolari: il Male è banale, è una cosa che appartiene a tutti. Per gestirlo e relegarlo all’angolo abbiamo bisogno di valori educativi e di voglia di fare la cosa giusta anche se più dispendiosa. Purtroppo viviamo in una società che estende l’imperante modello economico – leggi: ricerca del maggior profitto – a filosofia assoluta, si prendano i nostrani ospedali trasformati in aziende – tra il plauso generale –  per fare un rapido esempio.
La risposta alla domanda su cui si basa l’intero film ‘perché Dahmer ha commesso tutti quei crimini’ è che gli costava più fatica rinunciarvi.  





  Niecy Nash 


Penelope Ann Miller 


Molly Ringwald


 Galleria di manifesti 



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