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giovedì 3 aprile 2025

DOSSIER MATA HARI

1647_DOSSIER MATA HARI . Italia, 1967. Regia di Mario Landi

Tra i tanti interessanti sceneggiati proposti dalla Rai negli anni Sessanta/Settanta, un posto particolare spetta sicuramente a Dossier Mata Hari. L’elemento che rende importante questa fiction d’epoca, è l’approccio scelto: su una base rigorosamente storica, o almeno frutto di ricerca su documenti del tempo, si innestano i dubbi di natura umana e morale degli autori. Oltretutto, il tema è delicato, considerando che lo sceneggiato venne trasmesso su quel Canale Nazionale – l’odierna Rai Uno – che, da sempre, ha mantenuto una filosofia moderata e attenta agli argomenti proposti. La rete ammiraglia della Rai era, e in parte ancora è, considerata il riferimento domestico e famigliare e Mata Hari – nel film interpretata in modo convincente da Cosetta Greco – vista in questa prospettiva, è un personaggio quantomeno ambiguo. La fama poco lusinghiera che accompagna la ballerina olandese, al secolo Margaretha Geertruida Zella, è sfruttata, tra l’altro, in modo ‘scaltro’ – narrativamente parlando – da Mario Landi e Bruno di Geronimo, autori del soggetto: l’atteggiamento scostante del capitano Bouchardon (Gabriele Ferzetti, eccellente) riassume probabilmente la comune opinione a riguardo della figura di Mata Hari. Per quanto nei varietà televisivi le soubrette in quegli anni Sessanta stessero sgambettando già da un po’, da un punto di vista ‘morale’, un paese ipocritamente bigotto come l’Italia non si poneva particolarmente ben disposto nei confronti di un personaggio come la seducente spia olandese. Il capitano Bouchardon è chiamato a svolgere le indagini preliminari per decidere se mandare a processo Mata Hari; il suo scetticismo, la sua diffidenza, nei confronti della donna, sono quelli del pubblico, verrebbe quasi da dire del popolo, a fronte del quale la spia doveva essere nuovamente condannata o assolta. In questo senso l’opera degli autori è notevole: non già una pedestre ricostruzione degli eventi, ma un nuovo processo, fatto a mezzo secolo di distanza, per comprendere se Mata Hari fosse davvero colpevole. Colpevole al punto da meritarsi la fucilazione, beninteso, e questo pur in un contesto del tutto peculiare come la guerra. 

Per le quattro puntate in cui è diviso il racconto filmico, sono previsti quattro incipit in cui Riccardo Cucciolla fa il punto della situazione, all’occorrenza riassumendo gli avvenimenti ma cristallizzando anche i dubbi che, man mano, aleggiano sull’operato dei giudici militari francesi. L’opinione degli autori è, ovviamente, già formata sin dall’inizio ma allo spettatore vengono forniti gli indizi un poco alla volta, in modo coerente con una ricostruzione investigativa della faccenda. Qualche scorciatoia, per la verità, Landi e di Geronimo, se la prendono: ad esempio, nella riunione militare nella quale il generale (Mario Ferrari) incarica Bouchardon di preparare il processo, è evidente che l’esito del lavoro del capitano è, o deve essere, quello preventivato. Ma questo passaggio, posto al principio del primo episodio, se predispone gli sviluppi successivi, può essere inteso come una sorta di introduzione e, di conseguenza, finire per essere considerato meno rilevante. Quindi: la Francia, per risollevarsi dalla crisi in cui si trova in quel frangente della guerra, ha bisogno di una scossa, di un colpevole
interno che funga da capro espiatorio. Mata Hari è perfetta, in questo senso. Eppure, sebbene questi elementi ci siano, il racconto si focalizza soprattutto su altro. Quando entra in scena Mata Hari, Bouchardon enfatizza, infatti, il fastidio per la consapevolezza che la ballerina manifesta a proposito del suo fascino sugli uomini. È, quindi, questo uno dei temi del film e, forse, del processo? Una donna che approfitta spudoratamente il suo essere desiderata deve essere quindi punita: ma, con la fucilazione? Cioè, si tratta di una colpa così grave, imperdonabile? La stessa ballerina è incredula che questa possa essere la sua sorte e, quando quasi ci scherza con il capitano, Bouchardon ne sembra seccato. Eppure, a fronte delle labili prove, anche quelle tirate fuori all’ultimo momento e ritenute schiaccianti, è difficile credere che si possa aver fucilato qualcuno nella Francia di inizio XX secolo con questi elementi. D’accordo, c’era la guerra, ma la vicenda non si svolge mica in trincea e Mata Hari sembra tutto tranne che una persona così pericolosa in chiave bellica. A differenza dell’altro celebre agente segreto tedesco in gonnella, Mademoiselle Doctor, quella sì una tipa da prendere con le pinze. 

Anche in ottica, diciamo così, metalinguistica, perfino il ricorso ad un asso come Nando Gazzolo nei panni del tenente Mornet, incaricato di sostenere il ruolo inquisitorio nel processo vero e proprio, sembra confermare che l’impianto accusatorio in sé stesso lascia a desiderare. Nessuno, o quasi, infatti, ha la retorica persuasiva di Gazzolo, che è l’interprete ideale per un personaggio che, in un processo, debba forzare la mando ai giudici. Stando alle parole del narratore, l’intenzione degli autori era di avvicinarsi il più possibile alla realtà, con una pretesa, tipicamente televisiva, di farsi ambasciatori della verità. In questo senso la missione fallisce, visto che sulla questione rimane più di una zona d’ombra. Ma, probabilmente, il vero scopo di Landi e dei suoi collaboratori è riuscito: si trattava, in sostanza, di mostrare quanto sfumata, fuggente, irraggiungibile, potesse essere la realtà. In quest’ottica un personaggio come Mata Hari, in effetti ambiguo da qualunque parte lo si prenda, era l’ideale e Cosetta Greco riesce a darne un’interpretazione emozionante e credibile. Ma ci si poteva fidare delle parole della donna? E verrebbe voglia di rispondere proprio sì, perché il fascino consapevole, la classe, lo stile, e, al contempo, l’infantile civetteria, formano un mix irresistibile. Tra i tanti bei momenti che regala la Greco, in gran forma, è interessante una considerazione di Mata Hari durante il processo in cui si sta decidendo della sua vita:
“vorrei solo aver messo un altro vestito. Sono più vistose le loro divise dei militari di questa maledetta redingote” si lamenta con l’avvocato. Chissà quanto della vera Margaretha c’è in questa apparentemente superficiale, ma pungente e ironica, riflessione? Suvvia, con tutti i problemi bellici che avevano i francesi, perché diamine si intestardirono a condannare Mata Hari, una delle poche note liete di quel tempo infausto? E, proprio dando corpo a queste perplessità, ci si può rendere conto del ‘problema-Mata Hari’: è impossibile non essere sedotti da quella donna. E, allora, forse questa era la sua colpa: avere troppa influenza sugli uomini. Certamente esiste la possibilità che Mata Hari utilizzò questa sua verve seduttiva per il lavoro di spia, ma in questo senso mancano prove concrete e, quindi, in un processo, non dovrebbe essere condannata. Se invece la sua colpa è quella di essere una sorta di calamita che attira le attenzioni di chiunque le graviti intorno, allora le motivazioni dell’accusa, per quanto discutibili nella loro stessa ragion d’essere, tengono. In quest’ottica si possono giustificare il pregiudizio del generale, che la vuole condannata sin da subito, l’ostilità di Bouchardon e perfino i voltafaccia dell’ultimo minuto dei presunti testi a suo favore, il capitano Ladoux (Antonio Pierfederici) e il capitano Masloff (Arnaldo Ninchi). Al generale serviva un elemento di grande risonanza, per scuotere il paese che stava quasi per cedere di fronte all’incessante pressione bellica tedesca. In pratica Mata Hari era una sorta di agnello sacrificale per riscattare la Francia. Tanto più che il generale non conosceva direttamente la celebre spia e, quindi, non era particolarmente coinvolto in prima persona. Bouchardon era invece toccato da vicino, dalla cosa, avendo un ruolo decisivo e anche perché Mata Hari gli aveva fatto delle avances abbastanza esplicite. L’idea che gli atteggiamenti così sfacciati della donna lo potessero turbare, lo infastidiva e, ancor di più, il timore di veder condizionata la sua capacità di giudizio lo rendeva, per reazione, ancora più rigido e inflessibile. Quanto a Ladoux, questi era il capo dei servizi segreti francesi ed era palesemente invaghito della donna: di fronte alla corte, considerato i tanti uomini che la donna aveva sedotto, lavarsene le mani era un modo per cavarsela alla meno peggio. E per Masloff, che di Mata Hari era addirittura il fidanzato, valeva lo stesso discorso ma in maniera ancora maggiore. Se è difficile comprendere come possano aver giustiziato Mata Hari con delle prove così vaghe sulla sua attività di spionaggio, è più compressibile – seppur ancor meno giustificabile – se consideriamo questi altri elementi. Senza dimenticare che c’è ancora da citare l’elemento decisivo, cruciale: Mornet. Per quanto abile, il capitano non è nient’altro che la personificazione dell’individuo-medio, della persona comune: l’eroe borghese, sebbene vesta i panni militari. In particolari circostanze, l’uomo qualunque della società moderna, che nel 1917 cominciava a prender coscienza di sé, è l’essere più determinato che esista: quando fiuta il sangue della vittima, non mollerà mai la preda. E più la preda è nota, famosa, ricca, potente, più il gusto del sangue è saporito. E Mata Hari non è che una delle tante.     



martedì 1 aprile 2025

THE WIPERS TIME

1646_THE WIPERS TIME . Regno Unito, 2013. Regia di Andy De Emmony

Con il giusto mix tra attendibilità storica e realizzazione sopra le righe un po’ alla Monty Python, The Wipers Time è uno spiazzante film televisivo inglese opera di Andy De Emmony. Le due correnti in gioco, quella realistica legata al fatto in sé e quella della bizzarra messa in scena, si equivalgono per importanza e interesse, e sostengono verso l’alto la valutazione complessiva del film. Innanzitutto è curioso il pretesto narrativo (storico) del lungometraggio: a Ypres, nel 1916, durante la Prima Guerra Mondiale, gli inglesi arroccati nelle trincee, con mezzi di fortuna recuperati nel paesino delle Fiandre, produssero un giornale, appunto il Wipers Time. Era naturalmente composto di poche pagine e realizzato in modo alquanto sommario ma teneva occupati gli uomini durante le interminabili attese oltre a diffondere un po’ di buonumore nella stessa truppa. La lettura della rivista era infatti divertente, essendo la matrice della stessa intrisa di tipico humor britannico; la deriva umoristica era tra l’altro una saggia idea editoriale che permetteva di soprassedere sulle inevitabili lacune del giornale. Naturalmente un certo sarcasmo nei confronti del comando era inevitabile e, di conseguenza, non fu così scontata la giusta considerazione con cui la rivista venne intesa ai piani alti nell’ambiente militare britannico. Tuttavia il carismatico capitano Frederick Roberts (nel film interpretato da Ben Chaplin) era anche un militare valoroso, decorato in seguito alla furiosa Battaglia della Somme; insomma, la sua febbrile attività di editore del Wipers Time non andava a discapito del suo impegno come soldato. Nonostante appaia chiaro, perlomeno nel film, quale fosse l’attività che l’ufficiale prediligesse. Al suo fianco, in entrambi i casi, il tenente Pierson (Julian Rhind-Tutt), dal corrosivo humor inglese utile sia sul fronte per stemperare le criticità della vita di trincea che per rendere acute le pagine del giornale. Questa duplice veste delle cose è un po’ l’essenza del film di De Emmony, visto che anche il rude sergente Harris (Steve Oram) nasconde una doppia identità quando si rivela essere l’uomo chiave per il Wipers Times nella sua qualità di tipografo di professione nella vita borghese. E lo stesso film, con la sua natura bivalente, sia resoconto storico che surreale messa in scena che sconfina spesso nel musical, ricalca questa traccia. 

Il contenuto del film, l’esistenza di un simile giornale di trincea, è importante perché rivela un fatto curioso e tutto sommato poco conosciuto; dal canto loro le parti musicali del lungometraggio sembrano visioni immaginarie scaturite dalla lettura della rivista. Ed è proprio qui che sembra volerci portare l’autore: a pensare che, semplicemente attraverso una lettura intelligente, persino la guerra di trincea della Prima Guerra Mondiale, ovvero l’interpretazione terrena tra le più efficaci dell’Inferno, possa divenire sopportabile. Forse quasi piacevole. The Wipers Time è uno dei pochi film, forse l’unico, in cui la notizia della fine della guerra è presa con una punta di rammarico dai protagonisti. Il che lascia perplessi, sia chiaro. Ma quando il film ritorna alla cornice narrativa con cui aveva cominciato, con l’ex capitano Roberts che, finita la guerra, è a colloquio per un impiego presso un giornale, il senso di quello strano rammarico ci diviene più chiaro. Si erano illusi, i Roberts, i Pierson e tutti gli altri, che il nemico, l’unno, il tedesco, con il suo Inno all’odio da contrappore al più raffinato The Wipers Time, fosse davvero il cattivo della nostra storia. Propaganda che, cent’anni dopo, sopravvive ancora, sebbene le corresponsabilità tedesche per il primo conflitto mondiale siano innegabili. Ma se la libertà di stampa era il fiore all’occhiello di quella matrice liberale comune agli alleati nel confronto culturale da sovrapporre a quello bellico, per meritarsi il diritto morale alla vittoria nella guerra nei confronti dei retrogradi Imperi Centrali, beh, il nostro Robert aveva avuto un’amara delusione. Non a caso lì per lì immagina vividamente di bombardare l’editore in questione che, come molti, troppi, tra gli alleati vincitori della guerra di liberal aveva solo l’etichetta.