1580_QUI SQUADRA MOBILE - POLLICINO VA IN CITTA' . Italia, 1976; Regia di Anton Giulio Majano

La
seconda stagione di Qui Squadra Mobile venne trasmessa tre anni dopo la
prima, e questo è un fatto certamente curioso, se consideriamo il successo
della serie nel 1973. Tuttavia uno dei motivi di questo «ritardo» è legato alla cura maniacale con cui sono
stati realizzati gli episodi. Per concludere le sei puntate che compongono
anche questa seconda serie, è stato necessario più di un anno di lavorazione. Giancarlo
Sbragia, che nella prima stagione era il capo della Mobile, il commissario
Carraro, stante i suoi impegni teatrali, non ha potuto partecipare considerato
l’impegno in termini di tempo che richiedeva questa produzione televisiva. I
soggetti sono, anche in questo caso, sono ispirati a episodi di cronaca,
finemente lavorati in sede di scrittura da Massimo Felisatti e Fabio Pittorru,
ai quali si aggiunge poi il regista Anton Giulio Majano, per una sceneggiatura
congiunta. Rispetto alla prima serie, c’è la volontà da parte degli autori di
enfatizzare ancor meno gli eventi, nonostante la verosimiglianza fosse già la
caratteristica dello sceneggiato, come il sottotitolo, Cronache di Polizia
Giudiziaria, lascia intendere.
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POLLICINO VA IN CITTA’
Come accennato,
Giancarlo Sbragia, che interpretava il protagonista principale, il commissario
Carraro, non era disponibile per questa nuova stagione. Gli autori approfittano
di questo elemento per mettere sul terrendo nuovi elementi narrativi. In
pratica il primo episodio, al netto della trama investigativa legata ad un
originale innesto tra il traffico di droga e l’«affitto» di minori ai
mendicanti per chiedere le elemosina, serve per inserire il nuovo personaggio
del capo della Mobile, Guido Salemi. Ad interpretarlo, un’assoluta star degli
sceneggiati della televisione italiana, Luigi Vannucchi: il suo carisma
scenico, basta da solo ad innalzare le aspettative su questa seconda serie. Che
non vengono deluse neppure da questa prima puntata, come detto, sostanzialmente
introduttiva: c’è da trovare i nuovi equilibri tra i vari membri della Squadra,
problema non di poco conto considerato che Salemi in qualità di capo della
Mobile regge le fila di tutti i filoni d’indagine. Da quel che si apprende, il
nuovo commissario capo è di estrazione manageriale, non è, cioè, uomo che
arriva dal campo d’azione, e questo è un tema da una parte interessante e,
dall’altra, anche triste. Prevedibilmente, dopo un iniziale scetticismo di
qualche membro della Mobile nei confronti di un «imbrattacarte» o «mezzemaniche»
che dir si voglia, Salemi saprà farsi valere, risolvendo a suon di pistolettate
il primo episodio. Il che è anche normale, Vannucchi come physique du rôle
sovrasta di due spanne chiunque altro nel cast dello sceneggiato. Tuttavia
l’idea che emerge è che il manager, come professione a sé stante, sia la
soluzione ideale per la società italiana che, in quegli ancora tribolati anni
Settanta, si preparava al boom economico del decennio successivo. Il
rampantismo sarà la conferma di queste teorie, dichiarate espressamente dal
commissario Moraldi (Giulio Platone) in un dialogo dello sceneggiato, e, ancora
oggi, nonostante gli sfaceli economico-sociali che il ricorso ai manager –in
luogo a dirigenti provenienti dal settore specifico– ha determinato nel corso
di questi anni un po’ ovunque, si tratta dell’unica soluzione di gestione
aziendale utilizzata e riconosciuta come vincente. Per altro, al tempo, poteva
essere un’ingenua fiducia nell’adozione di sistemi in uso nelle più evolute
economie anglosassoni, del resto Moraldi utilizza proprio il termine «manager» quando
«dirigente d’azienda» sarebbe stato anche più comprensibile. Si sarebbe
compreso, cioè, che in questo modo si andava ad intendere qualunque ruolo di
gestione come se ci si trovasse in un’impresa privata, commerciale o
industriale. E se l’utilizzo di personale istruito a comandare –i manager–
anziché elementi promossi dall’interno dell’azienda, potrebbe avere un valore
–e non ce l’ha– in ambito dell’impresa privata, assai più arduo utilizzare scegliere
i vertici di comando con questo criterio per strutture di matrice pubblica come
la Squadra Mobile. La nostra società, nel tempo, ha fatto di ben peggio,
utilizzando la figura del manager in ambito sanitario e trasformando gli
ospedali in aziende, autentica blasfemia del nostro quotidiano. Ma torniamo
allo sceneggiato in questione, sul quale, per altro, queste considerazioni
gravano costantemente e ne influenzano, senza alcuna attenuante, la valutazione
finale. In ogni caso, tra le varie coordinate che gli autori devono dettare,
per questa nuova stagione, ci sono i rapporti tra i vari membri. Il secondo
personaggio per ordine di importanza, già dalla serie del 1973, è il
commissario Solmi (Orazio Orlando), capo della Omicidi: la sua scarsa
attitudine ad agire in equipe, è ribadita in questo Pollicino va in città,
primo episodio della seconda stagione. Si tratta di un ponte ideale con la
prima serie, dove, nell’ultima puntata, Solmi aveva vanamente promesso a
Carraro di evitare, in futuro, colpi di testa; a parziale difesa del capo della
Omicidi va detto che, nello sceneggiato come nella realtà, sono passati tre
anni e, quindi, se non altro, il commissario non ha rotto immediatamente la sua
promessa. Più spazio viene dato al commissario Astolfi (Gino Lavagnetto), capo
della Narcotici che collabora con l’ispettrice Giovanna Nunziante (Stefanella
Giovannini). Per quel che riguarda la traccia sentimentale, la Nunziante sembra
essersi allontanata da Alberto Argento (Elio Zamuto), capo della sezione
Rapine, ma la cosa sembra ovviamente solo pretattica narrativa. Sul profilo
umoristico, tengono banco le gag tra Solmi e il maresciallo Mandò (Marcello
Mandò), un personaggio nuovo così come il più diligente agente Di Franco
(Claudio Capone). Il risultato complessivo di questa puntata d’esordio è equilibrato
tra le parti e sufficientemente scorrevole.
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