1815_LA BATTAGLIA DELLE AQUILE (Aces High). Regno Unito, 1976. Regia di Jack Gold
L’incipit di La
battaglia delle aquile fornisce subito le coordinate che il regista Jack
Gold ha previsto per il suo film. Siamo nell’ottobre del 1916, in Inghilterra, dove
i giovani aviatori si preparano per partire per il fronte in Europa; prima c’è
un elegante ricevimento, di stampo aristocratico poi, in un imponente edificio,
gli allievi sono riuniti per ascoltare le parole di un veterano di guerra, il
maggiore John Gresham. C’è retorico entusiasmo, i piloti dell’aviazione sono i
moderni cavalieri senza macchia e senza paura e si preparano ad andare incontro
alla gloria. A questo punto parte un flashback che ci mostra la natura delle
imprese dell’asso inglese chiamato a battezzare
i nuovi piloti: Gresham prima abbatte in volo un biplano tedesco, poi si trova
nella scomoda posizione di averne in coda un altro. E qui che si capisce perché
ad interpretare il maggiore dell’aviazione in questione sia stato chiamato quel
Malcolm McDowell ormai segnato a fuoco dal suo ruolo di protagonista in Arancia Meccanica (1971, Stanley
Kubrick, che ve lo dico a fare).
Rimasto senza via di uscita nel combattimento aereo l’eroico maggiore atterra in un prato; il che potrebbe significare
che ha delle noie meccaniche che gli impediscono di continuare la battaglia nei
cieli. A questo punto il biplano tedesco potrebbe facilmente colpirlo, mentre è
fermo sull’erba. Tuttavia i due aviatori nemici scherzano e ridono tra loro,
non sembrano affatto avere intenzioni ostili e, in effetti, atterrano non
distanti dall’aereo inglese. Gresham guarda nello specchietto retrovisore i
tedeschi scendere dal velivolo e avvicinarsi sul prato quando, con enorme
disappunto dei due, riparte improvvisamente in volo. Ora anche i due ingenui
pilori dell’Imperatore si rendono conto della trappola del maggiore inglese e
provano a ripartire ma il ritardo che hanno accumulato è loro fatale: una volta
in volo il biplano inglese li mette nel mirino e li mitraglia mentre sono
ancora con le ruote sull’erba. Il flashback
è finito e si ritorna tra i cadetti esaltati per le mirabolanti imprese del
veterano, naturalmente di diversa natura da quelle a cui abbiamo avuto il
privilegio di assistere noi spettatori.
Una volta al fronte, alla pattuglia del
maggiore si aggiunge il novellino tenente Croft (Peter Firth): Croft non è un
pilota qualunque, innanzitutto lo si era visto nelle prime file durante la
cerimonia con l’audizione di Gresham, di cui ora scopriamo essere il probabile
futuro cognato. Consapevole di quello che aspetta l’ingenuo ragazzo, il
maggiore apprende la cosa con notevole fastidio riservando al conoscente
un’accoglienza tutt’altro che benevola. L’origine del comportamento scorbutico
del caposquadriglia è responsabile anche dell’atteggiamento di un altro pilota,
il tenente Crawford (Simon Ward). I sintomi sono diversi, Crawford ha ormai una
sorta di rigetto nei confronti del suo ruolo e della guerra in generale, ma
alla base vi è la comune vita costantemente sospesa su un filo sottilissimo. Infatti,
per gli aviatori, a parte la gloria di facciata, quella bellica non era affatto
un’esperienza semplice: per un asso dei cieli non si contavano quelli che quasi
subito ci lasciavano le penne. A mitigare un po’ il brusco impatto, di cui
Croft non riesce a darsi spiegazione, ci pensa il capitano Uncle Sinclair, un veterano non più in piena efficienza fisica ma
comunque ligio al dovere e fermamente convinto a restare in prima linea.
Chiamato a questa interpretazione che incarna gli ultimi barlumi di onore e
rispettabilità, scardinati dalla presenza del protagonista di Arancia Meccanica, è Christopher
Plummer. Plummer era stato infatti il caposquadriglia ne I lunghi giorni delle aquile (1969, di Guy Hamilton) e poteva
quindi vantare un’esperienza con un approccio più classico al ruolo. Impostato
in questo modo la sua opera, ci si attende ora che Croft riesca a comprendere,
nel corso degli avvenimenti, il vero volto della guerra, ben diverso da quanto
reclamato durane la sua formazione in terra inglese. Il finale arriva
improvviso e ci coglie di sorpresa tanto quanto lui e altrettanto impreparati:
l’impatto della prima linea equivale quindi ad uno scontro frontale in volo tra
due aerei. Chiusura un po’ tranciante, è vero, ma suggestiva e, soprattutto,
esplicativa.





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