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giovedì 16 aprile 2026

L'AMORE E LA GUERRA

1812_L'AMORE E LA GUERRA Italia, 2007. Regia di Giacomo Campiotti

Il tema della Grande Guerra in una fiction televisiva, per l’Italia, è forse il più indicato per comprendere come nel nostro paese ci sia stata una clamorosa involuzione culturale che ha interessato gli ultimi decenni. La Prima Guerra Mondiale, con il suo carico di significati, può infatti rappresentare quello che l’epopea del selvaggio west fu per gli Stati Uniti: periodi duri e travagliati che gettarono le basi per le future nazioni. In campo cinematografico, in America, il western concretizzo perfettamente questo ruolo; in Italia una cosa analoga non avvenne e, per la coscienza collettiva nazionale, furono più funzionali la televisione e il calcio coi successi della selezione azzurra. Per la verità ci fu un tentativo in questo senso, da parte del regime del Ventennio, di utilizzare i temi della Vittoria nella Grande Guerra ma fu un’arma a doppio taglio: in seguito alla caduta del fascismo e alla sconfitta della II Guerra Mondiale, l’intellighenzia del paese mise alla berlina ogni riferimento patriottico tanto che per anni i ragazzi (chiedete a qualcuno che lo era negli anni settanta) non conobbero nemmeno le parole dell’Inno Nazionale. Cionondimeno, con il passare degli anni, la forza della repulsione ai concetti patriottici collegabili in qualche modo al regime fascista si affievolì e altri fattori concorsero a cementare un certo senso collettivo nazionale anche in Italia: L’amore e la guerra, curiosamente, è un elemento che, nonostante lo scarsissimo peso specifico in sé (è un’opera davvero trascurabile) li rappresenta. Da un lato è infatti una fiction televisiva prodotta da RTI (leggi Mediaset) e trasmessa da Canale 5, la rete che soppiantò la Rai nell’influenza culturale nel belpaese dopo gli anni 80. E, dall’altro, andò guarda caso in onda nel 2007, in quella che sembra una coincidenza sospetta considerato i temi nazionalistici propugnati: era infatti solo l’anno successivo alla conquista del Campionato del Mondo Fifa dalla nazionale di calcio italiana. Evidentemente, ai sagaci produttori televisivi Mediaset, professionisti che per decenni furono in grado di interpretare e condizionare i gusti degli italiani, sembrò il momento ideale per parlare di un’altra vittoria dell’Italia, quella nella Grande Guerra. Una scelta ineccepibile. Così come è ineccepibile, sul versante prettamente artistico, la scelta di fare una sorta di minestrone degli eventi bellici del conflitto e condirlo con la storiella sentimentale tra due starlette come Martina Stella (è la contessina Albertina) e Daniele Liotti (è il sergente Rocco Parri). La capacità narrativa di Giampiero Campiotti supera le qualità messe in mostra in regia, del resto si tratta di una produzione televisiva, e dal punto di vista della visione il racconto se non proprio avvincente, perlomeno non annoia. Il punto nevralgico è però un altro. 

Davvero, al pubblico italiano del terzo millennio, serve una simile brodaglia insaporita in modo tanto pacchiano per poter reggere la visione di un racconto storico? Davvero servono cattivi stereotipati come il capitano Avogrado (Mauro Meconi) o come i rozzamente stilizzati soldati austriaci del film di Campiotti? Si diceva del western: il cinema western mainstream non ha quasi mai brutalizzato in questo modo i temi della conquista del west, basta andare a guardarsi i film (guardarli ora e non affidarsi alla memoria) per vedere come la questione indiana, già negli anni 50, era molto spesso definita in modo rispettoso delle ragioni dei nativi. Un approccio simile a quello che vediamo in L’amore e la guerra ci fu, probabilmente, in molti B-movie e nei telefilm, rimanendo però nella produzione tra gli anni 50 e 60. Un fenomeno che ebbe un’eco anche nel nostro paese nei fumetti: nel tardo dopoguerra fiorirono molte collane di questo tipo di letteratura ed erano perlopiù ambientate nel lontano far west. Ecco, i personaggi stereotipati, le vicende romantico avventurose fiammeggianti, i riferimenti storici davvero blandi per non dire di peggio; questi elementi erano gli ingredienti delle serie a fumetti che ebbero un tale successo che qualcosa, pur se mutato nel tempo, sopravvive ancora oggi (un nome per tutti, Tex della Sergio Bonelli Editore). Ma si parla di mezzo secolo fa; e apparentemente un mezzo secolo di evoluzione sfrenata, in ambito sociale, se paragoniamo lo sviluppo del benessere economico di questi anni a quello del resto della Storia dell’Umanità. Eppure, nel 2007, in Italia, si racconta della nascita della nazione, o meglio della sua consacrazione (questo fu, in sostanza, la vittoria nella Grande Guerra) con gli stilemi che negli Stati Uniti erano in voga (ma solo nella produzione minore) negli anni cinquanta. Allo stesso tempo, se riprendiamo in mano l’esempio dei fumetti italiani, possiamo dire che L’amore e la guerra ha lo spessore di una storia de Il piccolo sceriffo di Torelli e Zuffi (già un Capitan Miki della EsseGesse sembra troppo maturo) che cominciò le pubblicazioni nel 1948. Il citato Tex vide la luce dieci anni dopo e negli anni Gian Luigi Bonelli e i valenti disegnatori adeguarono il tenore delle storie ad un pubblico che andava via via erudendosi e acculturandosi sempre più. Almeno fino all’avvento delle Tv private, all’inizio degli anni ottanta, quando questa evoluzione cambiò segno consegnandoci, all’alba del terzo millennio, un paese che si ritrova, almeno nelle competenze di fruizione, incapace di reggere quel minimo di rigore storico degno di un racconto moderno. Ma com’è possibile che siamo tornati alle condizioni del dopoguerra se una guerra non c’è stata? Forse, semplicemente, non ce ne siamo accorti, ma la guerra c’è stata eccome ed è stata purtroppo anche vinta. La guerra alla cultura, alle idee, alla voglia di approfondire. E, in ossequio alla filosofia vittoriosa, potremmo consolarci con le tette di Martina Stella nell’immancabile scena di nudo pruriginoso della fiction targata Canale 5 in questione.  


   


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