1802_ DETECTIVE PER NECESSITA' (Ebony, Ivory and Jade), Stati Uniti, 1979. Regia di John Llewellyn Moxey
A vederlo oggi Detective per necessità è davvero un film
sconcertante. Soprattutto in avvio, dove l’approssimazione che regna sovrana
nel copione raffazzonato alla bell’è meglio può risultare oggi indigesta,
avendo l’abitudine alle odierne fiction televisive che, tra i mille difetti che
gli si possono imputare, non hanno tutti gli svarioni narrativi del film di
Moxey. E qui subentra un altro fattore che lascia anche più sgomenti: possibile
che un autore bravo e misurato come il britannico abbia firmato un simile
guazzabuglio? Qui c’è poco da fare, Detective per necessità è un passo
falso, forse il peggiore o comunque uno dei peggiori, di Moxey e bisogna
prenderne atto. Detto questo, è forse utile ampliare lo sguardo, perché, nelle
produzioni televisive, per quanto gli investimenti fossero minori rispetto al
cinema destinato alle sale, lo studio aveva un’ingerenza superiore, in quanto
il piccolo schermo ha sempre limitato le velleità autoriali dei cineasti –registi,
tecnici e interpreti che fossero– impegnati. E allora sorge inevitabilmente
un’altra domanda: com’è possibile che produttori e addetti vari abbiano
permesso un film con tanti passaggi a vuoto e una sostanziale inconsistenza? Forse
perché la televisione, con l’arrivo degli anni 80, aveva già cambiato il modo
di intendere l’idea di intrattenimento che, fino allora, aveva derivato dal
cinema e dalla letteratura. Non più qualcosa di divertente, interessante,
istruttivo, rilassante, insomma, intelligente, ma semplicemente qualcosa che
riempisse uno spazio vuoto. L’idea che la vita potesse essere vuota –di senso,
di valori, di significato– non reclamava qualcosa che la riempisse con utilità
–a che pro, se niente aveva uno scopo?– quanto con qualcosa di altrettanto
vacuo ma che impegnasse il tempo e lo spazio domestico, senza essere
impegnativo. In questo senso, fa quasi male a dirsi, la formidabile capacità compositiva
di Moxey –che riesce a rendere addirittura digeribile, almeno da un certo punto
in poi, Detective per necessità– sembrava lo strumento ideale per questo
tipo di narrativa televisiva. Una conferma, se vogliamo, che c’era qualcosa a
quei tempi che rendeva perfettamente consono alla visione un film
sconclusionato come Ebony, Ivory e Jade –questo il titolo originale–
sono i commenti dei quotidiani dell’epoca che diedero anzi un certo risalto al
film per via della presenza di Bert Convy nel ruolo di Jade, il protagonista. Convy,
che era un noto showman televisivo, nel film è un ex tennista e ballerino che
gioca a fare l’agente segreto coinvolgendo loro malgrado le sue amiche Maggie «Ivory» (Martha Smith) e Claire
«Ebony» (Debbie Allen). Il risultato è una sorta di Charlie’s Angels
depotenziato, sia in numero, qui le ragazze sono due e non tre, che in qualità,
né la Smith, né la Allen hanno la presenza scenica per far parte degli «Angeli».
Un passaggio decisamente a vuoto nella carriera di Moxey; e un momento
esemplare della televisione degli anni 80, che peraltro dovevano ancora
incominciare. Il nulla, assemblato senza badare alla coerenza, ma ben
confezionato.





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