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martedì 14 luglio 2026

ODISSEA

1840_ODISSEA (The Odyssey), Stati Uniti, Regno Unito, Italia, 2026. Regia di Christopher Nolan

Nel finale dello spettacolare Odissea, in un dialogo tra Ulisse (Matt Damon) e Penelope (Anne Hathaway), il regista Christopher Nolan è stato esplicito, forse in un vano tentativo di risparmiarsi le prevedibili critiche di inattendibilità al testo, l’omonimo poema omerico. E ci sono anche altri dettagli, ovviamente, nell’ottica di prendersi una certa autonomia dal modello, il primo dei quali è forse proprio il tipo di cast impiegato, sebbene alcune di queste scelte, come quella di far parlare tutti i personaggi con l’accento americano contemporaneo, possano sfuggire a chi, come abitualmente capita in Italia, guardi il film doppiato. In ogni caso, pare evidente che a Nolan interessino relativamente le vicende di Ulisse e compagnia, perché non solo il film è visto con un occhio contemporaneo, ma anche quello che si vede, in Odissea, è di stretta attualità. Il regista britannico fa esattamente quello che si deve fare con un buon libro: lo legge e ne trae degli insegnamenti utili, con buona pace dei puristi che vorrebbero al contrario un approccio liturgico e ossequioso della forma. Perché se i personaggi parlano americano, nel racconto del film, è semplicemente perché quella a cui assistiamo è una storia americana; del resto il protagonista è Matt Damon, forse il più yankee tra gli attori di Hollywood. E sono numerosi i passaggi in cui ci si riferisce all’ovest come destinazione finale, “inseguendo il sole che tramonta”; e, in ambito cinematografico, non è certo un caso se sia il genere Western – letteralmente «Occidentale»– ad avere la funzione epica che era propria dei testi omerici. Del resto, la nostra società, il mondo occidentale, ha avuto un’evoluzione che è stata un progressivo viaggio verso ovest, dalla Grecia Antica a Roma, poi Germania, Francia, Regno Unito e, infine, America, o più prosaicamente Stati Uniti della stessa. A questo secolare percorso si riferisce Ulisse nel citato dialogo con Penelope: le civiltà fioriscono, poi decadono, di nuove ne sorgono che decadranno a loro volta e così via. Sarebbe gioco fare tesoro dell’esperienza, dal momento che l’evoluzione è tanto ciclica, e Nolan prava esattamente a fare questo. Prende un racconto vecchio di quasi tremila anni per raccontarci cosa, del Cavallo di Troia? Andiamo, questo trucco è un po’ risaputo, dal momento che è stato raccontato migliaia di volte. Quello che vediamo nel film non è l’astuto stratagemma del più prode guerriero ellenico ma, a scelta, una tra le svariate azioni belliche a partire dall’inganno di Hiroshima e Nagasaki –le stime dell’Operazione Downfall spacciate come giustificazione per il bombardamento atomico delle due città giapponesi– fino alle recentissime questioni legate al programma nucleare del regime iraniano come motivazione per l’attacco americano alla repubblica islamica. 

La retorica yankee, non dissimile da quelle dei centri di potere che nei secoli hanno preceduto nel mondo occidentale l’attuale leadership, utilizza queste sorta di Cavalli di Troia per ingannare, tenere all’oscuro, mistificare. Certo, nel film ad essere ingannati sono i nemici e non i popoli sottoposti – di sti tempi ci vorrebbe un bel coraggio ad usare la parola «alleati»– ma non cambia la sostanza. Del resto Ulisse mente persino al povero Sinone (Elliot Page), mandandolo del tutto inconsapevole incontro a morte certa. Per meglio evidenziare l’estrema scorrettezza, ovvero la Madre di tutte le vigliaccate che è la faccenda del Cavallo di Troia, Nolan introduce il dettaglio della caccia al cervo. L’Ulisse del suo film, definito più volte come il più scaltro dei guerrieri achei, quando caccia ha sempre l’abitudine di battere il mitico arco a terra, producendo un suono secco che mette in allerta la selvaggina. Un comportamento per nulla scaltro e che contraddice appunto questa sua caratteristica: ma è questo il modo giusto di combattere, dando sempre una chance al nemico ed evitando di colpirlo a tradimento. Ulisse ne è consapevole ma un conto è la caccia, ben altro la guerra, almeno dal punto di vista del cacciatore perché la preda non noterà grandi differenze. In ogni caso, in guerra Ulisse non si farà tutti quegli scrupoli. Dieci anni di estenuante assedio, trasformano qualsiasi uomo in una bestia, nel senso belluino del termine, come sembra pensare Ulisse ricordando il sacco di Troia da parte dei suoi uomini una volta entrati dentro le mura della città. La guerra trasforma gli uomini in mostri, proprio come quelli che Ulisse incontra nel suo mitico viaggio, e innesca una spirale che non ha fine. Per questo, quando c’è da liberare Itaca dai Proci, i pretendenti di Penelope, Ulisse non vuole che suo figlio Telemaco (Tom Holland) si unisca allo scontro. «Liberare», in situazioni come queste, vuol dire uccidere, senza troppi riguardi, i Proci non sono cervi o altri nobili animali, e se Telemaco si macchiasse le mani di sangue la faida ne trarrebbe nuova linfa. In realtà, poi, il figlio di Ulisse non può farsi totalmente da parte, in quanto suo padre deve vedersela con troppi avversari, e questo è un aspetto che ci ricorda come sia impossibile uscire indenni e puliti dalla bagarre. È cioè un ulteriore elemento che ci ricorda che, se anche lo scontro finale è avvincente, e lo spettatore può godersi un po’ di sana violenza unicamente rappresentata su uno schermo, questa vada poi evitata in modo rigoroso nella vita reale. La scena nel finale, quando Ulisse prega Telemaco di restare in disparte, e questi al contrario necessariamente è costretto ad intervenire, ci ricorda che, in caso in cui siamo partecipi direttamente di un evento violento, è impossibile non venirne coinvolti in un modo o nell’altro. La violenza è come il gorgo marino al quale non c’è modo di sfuggire, una volta che si viene ghermiti dalla sua presa. Per questo è fondamentale starne alla larga. Si è detto di come Ulisse sia un personaggio contraddittorio: qui si preoccupa di non coinvolgere Telemaco, mentre si appresta a fare una carneficina dei pretendenti al suo trono. Ma questa sua natura controversa è esattamente quella che lacera il suo animo: lui, il più prode degli Achei, ha ingannato i troiani in modo subdolo e vile, ha ignobilmente taciuto a Sinone, ha mentito strumentalmente ai suoi uomini quando si doveva scegliere come evitare il gorgo. Qualche bugia, come l’ultima citata, è a fin di bene, ma rimane comunque una menzogna, perché non permette agli altri di fare le proprie valutazioni in piena libertà. Questo è il vero tema dell’Odissea di Nolan e non riguarda la Grecia antica ma è molto più contingente. Quando ci hanno raccontato che era giusto bombardare «preventivamente», che le bombe erano chirurgiche –lo dicevano davvero– che una qualunque guerra era inevitabile, ci hanno mentito. E, a prescindere che un’azione bellica sia opportuna o meno –e non lo è mai– è praticamente certo che, nel raccontare i presupposti come le conseguenze, hanno mentito. Come fanno sempre i leader e i potenti dai tempi di Ulisse. E già questo, al di là del contesto specifico, è inaccettabile.   
Batti l’arco e avvisa il cervo. 








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